La rete tematica carcere del Celivo


Si è tenuto lo scorso recentemente il convegno intitolato “Lavoro in carcere: Che impresa!”, organizzato dalla Rete tematica Carcere coordinata dal Celivo – Centro Servizi al Volontariato della provincia di Genova (www.celivo.it). Una intera giornata dedicata alla condivisione delle esperienze sul lavoro in carcere al confronto per creare idee, migliorare i progetti in essere e realizzarne nuovi.

L’esigenza di una giornata di lavori su questi temi è emersa qualche mese or sono, durante uno dei consueti incontri mensili delle 13 associazioni che compongono la Rete genovese.

“Il senso di riunirsi per ascoltare reciprocamente le esperienze – spiega Paolo trucco della Cooperativa Bottega Solidale di Genova che gestisce una serigrafia all’interno della Casa Circondariale di Marassi - è per interrogarsi, per capire gli elementi e le difficoltà comuni e per capire se è davvero possibile fare impresa all’interno del carcere”.

In tal senso l’evento è stato allargato alle Enti di terzo settore di altre regioni italiane per ampliare lo scambio reciproco sulle numerose esperienze realizzate negli ultimi anni.

Il punto di partenza della giornata è stato tracciato da Sandra Bettio – Coordinatrice Conferenza Regionale Volontariato Giustizia Liguria – che ha esposto le principali difficoltà di chi si occupa quotidianamente di progetti lavorativi per i detenuti: “[…] uno dei compiti delle Associazioni di volontariato attive in carcere è che il diritto al lavoro sia rispettato e il più possibile applicato. […].  Vogliamo qui porre l’attenzione su quali siano i problemi legati al lavoro in carcere: il primo riguarda il livello culturale e pratico mediamente basso delle persone che ci troviamo di fronte quando dobbiamo proporre un’attività lavorativa. D’altro canto la struttura penitenziaria non analizza il curriculum del detenuto quindi si perdono delle competenze che potrebbero essere utilizzate internamente […]. C’è molto da lavorare anche dal lato dell’organizzazione e dell’amministrazione penitenziaria rispetto alla possibilità di creare lavoro in carcere: molti ostacoli all’ingresso delle imprese private infatti sono dovuti al sistema interno, spesso inconciliabile rispetto ai modelli produttivi. Altro problema è il turn over delle persone che rende difficile l’investimento imprenditoriale. Tuttavia, uno dei motivi per cui siamo riuniti qui oggi è dimostrare, attraverso tante testimonianze, che il lavoro produttivo in carcere è possibile”.

Gli interventi successivi hanno messo in luce criticità e risultati di enti attivi, “in uno scenario composto - spiega ancora Paolo Trucco –  da 16 mila persone detenute che hanno lavorato nel 2016 anche saltuariamente, di cui solo 2.700 hanno lavorato per aziende esterne, numero che scende sotto ai 1.000 considerando gli individui che hanno lavorato all’interno degli Istituti”.

Trucco ha quindi raccontato l’attività in essere dal 2008 all’interno della Casa Circondariale di Marassi che prevede un laboratorio serigrafico di T-shirt con 5 persone impiegate, un fatturato annuo tra i 200 e i 350 mila euro, fonte di reddito per la cooperativa, i cui ricavi coprono i costi diretti, i costi del personale interno ed esterno, i costi di struttura e una piccola parte degli investimenti.

Le esperienze liguri sono proseguite con gli interventi di Etta Rapallo di Sc’Art! (centro di riciclaggio creativo; impiego ex-detenute); Giacomo Chiarella di Grafiche KC (Casa Circondariale Ponte X; laboratorio di stampa e legatoria); Claudio Solari di Nabot Coop Soc (Chiavari; trasporti, sgomberi, raccolta indumenti, pulizie).

Anche nelle altre regioni italiane difficoltà e risultati sembrano essere gli stessi. Dai contributi dei relatori sono emersi dati ed esperienze che fanno ben pensare a una diminuzione della recidiva per i detenuti che in carcere hanno svolto un lavoro, si sono guadagnati uno stipendio, hanno acquisito competenze e appreso le regole aziendali come si evince nell’intervento di Nicola Boscoletto della Pasticceria Giotto (Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova; pasticceria artigianale): “[…] si è potuto evidenziare che l’inserimento di detenuti nelle cooperative sociali abbatte il tasso di recidiva dal 70% al 10%”.

Sono intervenuti: Gian Luca Boggia di Extraliberi (Casa Circondariale Lorusso e Cutigno di Torino, serigrafia e stampa in digitale) e presidente della Rete Freedhome – Creativi Dentro; Liri Longo di Rio Terà dei Pensieri (Venezia; riciclo PVC, cosmetica, serigrafia, agricoltura biologica, pulizia aree urbane); Giusy Brignoli e Giusy Biaggi del progetto I buoni di Ca’ del Ferro / coop. Nazareth (Casa Circondariale Cremona, confezionamento prodotti alimentari curati dalla cooperativa stessa).

In conclusione due concetti emergono come indispensabili: lavorare in rete a tutti i livelli, con la costruzione di reti di enti che lavorano nel medesimo ambito nello stesso territorio o su territori diversi; comunicare con più enfasi l’efficacia dei progetti in carcere, sottolineando il beneficio sociale ed economico nell’investimento di risorse nel lavoro nel carcere perché, pur senza certezze assolute, funziona.